Passa al contenuto principale
6 minuti di lettura

L’ultima sirena

Avatar
Federica Scerbo

21 Luglio 2026

Condividi l'articolo


Quando dico di essere laureata in Geologia, con una specializzazione in Paleontologia degli invertebrati, finisco quasi sempre per aggiungere che è stato uno sbaglio, una scelta fallimentare. Ma la verità è un’altra: le Scienze Naturali sono profondamente meravigliose. Non riesco a immaginare una branca di studio più affascinante di questa. Se potessi tornare indietro, rifarei ogni passo del mio percorso universitario con ancora più convinzione, con ancora più dedizione. Passerei di nuovo ore ad ascoltare lezioni sui fossili, sull’evoluzione, sui minerali, sulla storia geologica del nostro pianeta.

Quando ho iniziato a leggere un romanzo che racconta di un grande mammifero marino, tranquillo e pacifico, la cui specie viene sterminata dalla mano dell’uomo, e i cui resti ossessionano naturalisti, tassidermisti, governatori, scienziati e disegnatori per quasi un secolo dopo la sua scoperta, ho capito subito che sarebbe stato uno dei libri più belli di questo anno appena iniziato.

Perché una storia così non parla solo di un animale scomparso: parla della nostra fame di conoscenza, ma anche della nostra violenza, che emerge davanti a ciò che è raro e fragile. In quelle pagine ho sentito il richiamo del tempo profondo, delle specie perdute, delle tracce che restano quando la vita non c’è più.

L’incredibile storia dell’Hydrodamalis gigas comincia circa 65 milioni di anni fa, quando l’evoluzione separò i sirenidi dagli altri ordini filogeneticamente affini, tracciando una nuova linea nel grande albero della vita. Eppure, si interrompe bruscamente nel 1741, quando la spedizione del comandante russo Vitus Bering, dopo un naufragio, approdò in modo turbolento su quella che i marinai chiamavano Isola delle Volpi, oggi conosciuta come Isola di Bering, nell’arcipelago delle Isole del Commodoro, al largo della Kamchatka.

Lì, in quel lembo remoto di mondo, l’uomo incontrò per la prima volta quell’enorme e pacifico mammifero marino. E da quell’incontro, che avrebbe potuto essere solo una scoperta, ebbe invece inizio la fine.

Durante quel soggiorno forzato su quell’isola gelida, circondati da acque fredde e volpi che scorrazzavano nell’accampamento improvvisato dai naufraghi, uno dei più grandi naturalisti mai esistiti compì osservazioni straordinarie. In soli dieci mesi descrisse circa sei nuove specie animali, tra cui la ritina — o vacca di mare. Un enorme mammifero marino lungo fino a nove metri, placido e maestoso, che si nutriva lentamente di kelp nelle acque basse, ignaro del destino che lo attendeva.

Dopo appena ventisette anni da quell’incontro con l’uomo, meno di trent’anni da quando Georg Wilhelm Steller lo descrisse per la prima volta, non sarebbe più esistito sulla faccia della Terra. Vitus Jonassen Bering morì sull’Isola delle Volpi, senza riuscire mai a fare ritorno a San Pietroburgo. Steller fu tra i pochi uomini della spedizione a rivedere la terraferma, ma il suo destino non fu più clemente: morì a soli trentasette anni, colpito da una febbre contratta in Siberia. E così la storia della ritina di Steller, intrecciata a vite spezzate e a quell’angolo remoto di mondo, si trasformò quasi in leggenda.

Dopo quasi un secolo Johan Hampus Furuhjelm, governatore finlandese del territorio russo dell’Alaska dal 1850 al 1864, e ai giorni nostri, John Grönvall, restauratore presso il Museo Finlandese di Storia Naturale nel 1952, intrecciano le loro vite con i resti della ritina: il primo, spinto dal desiderio di ampliare la sua collezione zoologica, il secondo, determinato a restituire alle ossa dell’animale tutto il loro splendore originario. Così “L’ultima sirena racconta” di chi ha scoperto, di chi ha ritrovato e di chi ha preservato, intrecciando storia, passione e memoria di un gigante scomparso.

Molti studiosi sono concordi con il ritenere che la fine della ritina di Steller fosse già stata segnata dal numero esiguo di individui presenti al momento della sua scoperta. Ancora oggi si dibatte, però, se la carneficina che si abbatté sulla specie nei ventisette anni successivi fu davvero la causa della sua estinzione, o se il suo esiguo numero fosse già il segno di una “cronaca annunciata”. Fatto sta che le azioni dell’uomo portarono a uno sterminio totale.

Alcune estinzioni portano il nostro nome. La ritina di Steller ne è l’esempio: un gigante scomparso non per il tempo, ma per le mani dell’uomo, “una specie non particolarmente forte o rapida ma piena di risorse capace di modificare la composizione dell’atmosfera o di alterare gli equilibri chimici degli oceani”.

Un romanzo da leggere, o da ascoltare, per farsi trasportare in mari lontani e in tempi remoti, dove la meraviglia e la tragedia si intrecciano. L’ultima sirena non è solo la storia di un animale scomparso: è un racconto sul tempo, sulla memoria e sul fragile ruolo dell’uomo nella storia della Terra.

Federica
Ciao! Se questo articolo vi ha fatto venire voglia di parlarne, o volete solo consigliarmi un libro, scrivetemi.